L'insostenýbile mondo dell'arte

L'artista è scomparso.
Quello che ci resta di lui è una serie di luoghi comuni e di idee confuse a riguardo.
Nell'immaginario collettivo pittori e scultori devono ancora corrispondere alla idea di uomini stravaganti,diversi, incuranti delle regole, inaffidabili, geniali e così via. Nella realtà l'artista è più che mai uno stereotipo, un fantasma, un vuoto di identità, un personaggio dai contorni confusi da quando a lui la società ha negato un qualsiasi ruolo utile e credibile.
In un passato non tanto lontano il suo lavoro serviva ad istruire, a celebrare, a narrare le imprese che dovevano passare alla storia, ad abbellire le case e gli spazi urbani, ad accrescere il prestigio dei committenti.

Ora non più.
Oggi gli artisti che vogliono sfruttare le proprie qualità espressive e vivere del proprio lavoro si rendono presto conto che ogni ruolo rivestito nel passato è diventato, se non saltuariamente, non attuale e non attuabile. Con il progresso della tecnologia il dominio delle immagini, intese anche come strumenti didialogo con un pubblico sempre più vasto, è passato dalle mani degli artisti a quelle di chi sapeva usare la macchina fotografica, la cinepresa, il computer. Giornali, televisione e cinema hanno monopolizzato la diffusione, rapidissima, di una enorme quantità di immagini di qualità sempre migliore. Questo processo è andato parallelo a quello dello svuotamento del ruolo dell'artista, che si è trovato spogliato di
quella sua storica funzione di mediatore della cultura.
Oggi sono gli uomini dello spettacolo e tutti coloro che possono facilmente accedere all'uso dei mezzi mediatici che hanno il privilegio di dialogare con il grande pubblico molto più di quanto non possa fare un pittore e uno scultore a causa della sopravvenuta inadeguatezza degli strumenti a sua disposizione.
Anche i rapporti con la committenza e con i mercanti, che erano stati per secoli gli storici interlocutori, devono ora essere rivisti alla luce della nuova situazione che si è venuta a creare con la nascita dello stato industriale, da quando cioè il balzo fatto dalla tecnologia ha impresso un ritmo nuovo, molto più veloce, al sistema lavorativo e di vita in tutte quelle parti del pianeta toccate dal progresso e dal conseguente fenomeno del consumismo e del benessere ed ha contribuito a modificare le regole della domanda e della offerta anche nel settore dell'arte.
Il dettato è chiarissimo: solo ciò che ha un prezzo ha un valore ed ha valore più grande ciò che costa di più.
Il prodotto dell'artista suscita interesse quasi esclusivamente come possibile mercé di scambio senza nessuna altra finalità diversa dalla vendita.
In un mondo dominato dall'economia sembra non esserci altro spazio e ragione d'essere se non quella di entrare a far parte, come un ingranaggio, di questa logica mercantile che ripete fedelmente i meccanismi della produzione e della distribuzione di massa.
Utilizzando con sempre maggiore disinvoltura i meccanismi della produzione industriale di serie pittori e scultori "in camera" hanno imparato a soddisfare da anni i bisogni smisurati di mercanti e galleristi a cui non si può imputare nulla di male, visto che il loro scopo è quello di fare mercato, ossia di vendere qualsiasi cosa per tradurla in moneta.
Ciò che si produce diventa secondario rispetto a quanto si produce.
Rapidamente, però, la qualità delle opere in circolazione si è fatta sempre più scadente e l'anello di collegamento,il rapporto dialettico con il pubblico, si è fatto sempre più debole.
Un oggetto inutile e incomprensibile può benissimo stare al centro di interessi economici, se vengono inventati dei bisogni artificiali che lo reclamano e a questo proposito sono stati risolutivi gli stratagemmi della esaltazione pubblicitaria, applicati così come accade per un qualsiasi altro prodotto commerciale.
L'unica difficoltà da superare poteva venire dal peso del nostro Grande Passato, dall'enorme divario di qualità tecnica e concettuale cioè, evidente anche al più sprovveduto degli spettatori, esistente tra le opere d'arte prodotte nei tanti secoli di storia italiana e quelle prodotte dalla maggior parte degli autori contemporanei.

Ci ha pensato il critico d'arte a sbrogliare la situazione, entrando prepotentemente in scena in una veste nuova, abbandonando il suo ruolo tradizionale di interprete d'eccezione e candidandosi artista della penna.
E’ora il critico d'arte, quello legato al mercato, che crea il pittore ed il movimento e con il suo supporto di conoscenza gli da anima e vitalità, lo sostiene, gli conferisce dignità, lo fa decollare fino ai vertici del successo.
Il critico della moderna era consumistica ha assunto una importanza spropositata perché si è assunto il compito di conferire all'artista il necessario valore intellettuale e professionale. Valore che viene poi tradotto dal mercante in valore economico. E così il triangolo composto dal produttore, dal pubblicitario e dal distributore si chiude, in perfetto ossequio alle leggi dell'economia: costi di produzione, costi di gestione e profitti.
In questo scenario devastato il bruciante dilemma dell'artista contemporaneo diventa quindi quello di come sopravvivere adeguandosi alle esigenze del mercato e di quale strada sia più favorevole per allinearsi e arrivare al successo.
Coloro che hanno una qualche abilità imprenditoriale si ritagliano una nicchia di sopravvivenza e imparano ad auto-gestirsi, perché mercanti e galleristi non hanno più voglia di investire, con gravi rischi, su di loro e si adattano al sistema, trovando il modo per pagare da sé i propri critici, la propria pubblicità e quant'altro occorre.
Coloro che questa abilità non ce l'hanno o che ritengono che non ne valga là pena gettano la spugna.
Un numero considerevole di artisti, ansiosi di essere presi in considerazione a tutti costi e disposti a pagare per ottenere visibilità, diventano vittime colpevoli del proprio cieca narcisismo, abboccando alle tante esche tese da quelle associazioni che propongono la partecipazione a premi a pagamento, mostre a pagamento,inserimento in cataloghi a pagamento, nella confusione più totale.
Il "business" del settore ruota ormai attorno all'artista nel senso che si lavora non "per" ma "su" di lui.
E così va il mondo dell'arte oggi.
Un mondo senza etica che ricalca fedelmente la tristezza dei tempi perché non lascia alternativa e spazio a ciò che non si traduce in successo, denaro e potere.

L'artista sbiadito

Noi siamo i pittori e gli scultori del nuovo millennio, quelli che, alzando la testa per guardarsi attorno si sono resi conto della eredità di macerie che hanno avuto da un passato molto prossimo, quello degli ultimi cinquata anni del secolo scorso, tanto per intenderci, da quando l'arte con tutti i suoi prodotti e con tutti i suoi protagonisti ha fatto il "big bang", il salto nel vuoto dello spazio, perdendo l'ultima qualità che ne teneva incollati i pezzi: la riconoscibilità dell'opera.
Legittimare cioè, fatto di per sé inedito e interessantissimo in un determinato contesto, l'oggetto qualsiasi come possibile oggetto d'arte ha significato anche infrangere l'ultima "sacra" barriera che permetteva di fare una distinzione plausibile tra cosa era arte e cosa non lo era.
La debolezza e la superficialità dei tempi hanno poi contribuito ad innescare un processo a catena di imitazione che ci ha indotto ad accettare passivamente il concetto di insignificanza nell'arte così come il conseguente svilimento dell'opera nella sua forma e nei suoi contenuti e lo smarrimento dell'artista nella sua identità, ruolo e dimensione.
Allo stato attuale delle cose gli artisti non devono più rendere conto a nessuno delle proprie scelte.
Sempre più oscuri gli uni agli altri, incapaci di mantenere un dialogo aperto tra di loro e con la società, sempre più propensi a scegliere la soluzione più facile sia nella ideazione che nella esecuzione delle
opere, gli artisti degli ultimi decenni si sono mossi come frammenti di una stella esplosa nello spazio.
Avendo perso un ruolo utile all'interno della società, gli artisti hanno perso anche ogni forma di dovere nei confronti della stessa, ed è stato loro concesso di imboccare qualsiasi strada, anche quella della bana lità del linguaggio e della insignificanza dei contenuti, a patto che venissero rispettate le già citate esigenze del mercato.

L'opera d'arte ha cessato di rendere conto a chi la pretendeva utile o necessaria o bella.
Il conclamato diritto alla assoluta libertà di espressione ha contribuito ad alzare un muro di totale protezione che ha vanificato ogni forma di dialogo critico e di confronto aperto tra l'artista ed il suo pubblico.

L'arte terra di nessuno

II risultato che ora abbiamo sotto gli occhi è una terra di nessuno, dove chiunque può avventurarsi e scorazzare in lungo e in largo, proclamandosi artista.
Il risultato sono le opere prive di senso, di forza e qualità che pullulano nelle fiere d'arte di mezzo mondo.
Il risultato è che gli artisti, lusingati dalle sirene del denaro e del successo, continuano a battere la strada del brutto imperante e della provocazione distruttiva e rinunciano alla funzione propositiva e progettuale che sarebbe propria di chi ha il potere dell'immaginazione dalla sua e contribuiscono al proprio suicidio facendo tendenza e perdendo ogni giorno di più la propria credibilità.
Il risultato è che si è innescato un perverso meccanismo, ormai consolidato, per cui ci si avvicina all'arte con timore, ci si reputa impreparati a leggerla, incapaci di comprenderla, si ha quasi la sensazione di appartenere ad una razza di esseri inferiori, che hanno bisogno di qualcuno che li guidi per mano alla scoperta di qualcosa che sarebbe altrimenti inaccessibile per troppa levatura intellettuale.
Abbiamo vista e udito, eppure non ci preoccupiamo di affinarne l'uso e ci sentiamo ciechi e sordi e privilegiamo il sapere al sentire.
L'arte che abbiamo sotto gli occhi porta le stampelle, perché è sostenuta con vigore dal mercato e dalla critica, ma non regge il confronto di un dialogo muto con l'Uomo.
L'arte che produciamo è il frutto magro di una società che ha rinnegato l'etica in ogni suo campo e che ha travalicato tutti i recinti della "sacralità".
Da questa eredità di macerie, tuttavia, una lezione l'abbiamo avuta.
L'artista ha goduto in questi ultimi decenni di una libertà inedita spingendosi dove mai gli era stato concesso prima.
Si è drogato di libertà, infrangendo ogni limite, come in un gioco estremo d'amore.
Si è perso, nella immensa vastità della libertà.
Una libertà che, assoluta e incontrollata, ha portato, come abbiamo detto, alla disintegrazione del principio di riconoscibilità dell'opera d'arte e dell'artista. Il terreno "sacro" si è prima allargato, poi anche l'ultima recinzione è stata tolta facendo di questo campo terra di tutti e di nessuno. Noi, artisti del nuovo millennio, vorremmo ritrovare la strada che conduce a questo terreno sacro, ma essa non c'è, perché è stata distrutta. Dovremo allora trovare la forza per ricostruire un recinto che tracci, come un limite inviolabile, lo spazio dove il nostro lavoro abbia senso e speranza. In una parola dovremo ricostruire il terreno della sacralità perduta, nell'arte come nella vita. Dovremo ritrovare la distinzione tra il bene ed il male, tra il brutto ed il bello, tra chi fa arte e chi arte non fa. E lo facciamo rivolgendoci al patrimonio del Grande Passato che affonda le sue radici nella comune cultura mediterranea, ma anche tenendo conto del grande insegnamento di libertà "sperimentale" , ereditata dal secolo scorso. Un insegnamento di libertà che ci ha liberato la mente da ogni residuo pregiudizio sul possibile impiego di linguaggi e materiali.

Una libertà che ora dobbiamo imparare a gestire . Oggi ci rendiamo conto della assoluta inutilità dell'arte e proprio per questo motivo in questo preciso momento non riusciamo a dare all'arte alcun valore se non per quello che di bello essa può produrre, in contrapposizione al "brutto imperante" che ci circonda.
Oggi noi vorremmo per un momento mettere in fila i lavori prodotti da tutti gli artisti, pittori e scultori e cancellarne i nomi, dimenticare il valore di mercato e leggere una opera d'arte senza mediatori, per ciò che essa ci dice, senza altri suggerimenti che non siano quelli del nostro intendimento attento, sensibile e informato.
Ci piace essere uomini con i piedi per terra, osservatori consapevoli della follia che ribalta la logica del buon senso e che da troppi anni colpisce il mondo in forma di eccessi e tuttavia continuare a coltivare una speranza. Ci piace confrontarci con il pubblico che ama l'arte e con la gente comune,'dialogare con essi.
Ci piace dare un senso a ciò che facciamo e pretendere che abbia senso ciò che ci viene proposto.
La pochezza, nell'arte come nella vita, non ci basta più.
Ci siamo stancati delle schifezze che ci vengono spacciate per cose importanti utili e belle, come accade puntualmente se sfogliamo le riviste del settore o se visitiamo una fiera del settore. Ci siamo stancati dei colleghi improvvisati. Sopratutto ci siamo stancati della commediola che ci tocca recitare per atteggiarci artisti e in qualche modo smerciare meglio ciò che produciamo. Qualcosa di nuovo tuttavia sta accadendo.
Ce ne rendiamo conto buttandoci in pasto alla gente comune, vivendo la nostra arte sulla strada, respirando gli umori che cogliamo nell'aria e che rafforzano una delle nostre convinzioni: l'uomo ha oggi più che mai un bisogno estremo di appagare il proprio spirito, attraverso i sensi, ha bisogno dello stupore di fronte alla magia di un'opera grande, ha bisogno di quello stupore privilegio degli anni dell'infanzia, quando lo spirito è ancora puro e spregiudicato.
È un bisogno essenziale, questo, che ci accompagna dalle origini, che può dormire a lungo, soffocato dalle esigenze materiali più urgenti, dai casi della vita, dagli eventi, o anche dall'eccesso di bisogni secondari, come quelli che ci stanno addormentando le coscienze nel nostro occidente, sazio e disperato, ma che ritorna immancabilmente a galla ogni qual volta si rifletta sul senso da dare alla esistenza.
Una opera d'arte ci deve stupire e appagare, commuovere e sedurre, ci deve indicare una possibile strada da percorrere, ci deve offrire una chiave di lettura del mondo, deve avere in se stessa le armi per difendersi.
Noi oggi abbiamo bisogno di artisti in grado di produrre arte così che sia utile, bella e universale.
Chi ha imboccato la strada della distruzione dell'arte con l'arte ha imboccato un vicolo cieco.
Chi ricalca nel suo operato artistico le imperanti regole del brutto, chi si autocompiace, chi colpisce allo stomaco e riflette nel suo fare la realtà del sociale che ci circonda, rinuncia alla parte più vivace di sé. Rinuncia cioè alla grande arma dell'immaginazione. Noi abbiamo bisogno di artisti in grado di dare risposte convincenti ai nostri quesiti.

Noi abbiamo bisogno di artisti che sappiano immaginare un futuro diverso da quello che ci circonda, un futuro migliore, che dobbiamo pretendere di avere.